Catanese classe 1995, trapiantato a Milano dopo una laurea a La Sapienza con una tesi sul movimento dei “Cannibali”, Mattia Insolia si è imposto come una delle voci più lucide della sua generazione. Dopo l’esordio folgorante con Gli affamati (proposto al Premio Strega da Fabio Geda) e il successo di Cieli in fiamme (vincitore del Premio Comisso Under 35), lo scrittore e giornalista — collaboratore di testate come 7 - Corriere della Sera, Domani e L’Espresso — torna in libreria con La vita giovane (Mondadori, 2026).
Il romanzo segna un’evoluzione stilistica netta: abbandonata la terza persona dei lavori precedenti, Insolia sceglie una narrazione esposta e viscerale per raccontare il ritorno a casa di Teo, un ventottenne che rientra in provincia per un matrimonio, ritrovandosi faccia a faccia con i “detriti” di un passato mai realmente smaltito. In questa conversazione, l’autore smonta il mito della giovinezza come stagione di pura energia, rivelandone la natura di “stallo creativo” e analizzando quella grammatica del silenzio che spesso è l’unica lingua parlata tra genitori e figli. Per Insolia, diventare adulti non è un’illuminazione improvvisa, ma un lento processo di erosione e scelta: la consapevolezza che ogni passo avanti richiede il coraggio di lasciare qualcosa — o qualcuno — indietro.
La vita giovane racconta una giovinezza attraversata da inquietudine e fragilità: che idea di “vita giovane” volevi mettere in discussione o ridefinire?
In realtà, credo che il periodo in cui ciascuno di noi attraversa la vita giovane (che non è l’adolescenza, ma l’età, che cambia da persona a persona, in cui ci si avverte potenziali, capaci di tutto ciò che si può desiderare, immaginare) sia, in sé, un periodo di inquietudini e fragilità. C’è molta vitalità, molta carica, molta energia, certo. Nonostante tutto, però, è pure un momento complesso. Un momento di costruzione di sé stessi e in cui si fanno le prime esperienze, i primi passi nel mondo. Tutte cose che possono anche spaventare.
Il ritorno nei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza è centrale nel romanzo: per te il passato è qualcosa da cui liberarsi o con cui imparare a convivere?
Assolutamente la seconda: imparare a convivere con il proprio passato è fondamentale. Al di là del fatto che non ci si può realmente liberare di ciò che abbiamo fatto o che ci hanno fatto, una parte, come dei detriti, resterà sempre dentro di noi, sia che lo vogliamo sia che cerchiamo di vuotarcene. La convivenza con il nostro passato è ciò che ci rende persone più solide, capaci.
I tuoi personaggi sembrano spesso sospesi, in una fase di attesa o di stallo. È una condizione narrativa che senti particolarmente vicina al presente?
Sì, ne sono convinto. Siamo tutti in una fase di stallo, in attesa che qualcosa avvenga. Pure se di cosa si tratti non è chiaro, secondo me. Il nostro Tempo, credo, ci schiaccia impedendoci di prendere parte all’azione del mondo, molto spesso.
Il rapporto tra genitori e figli è fatto di affetti trattenuti e parole mancate: quanto ti interessa esplorare ciò che non viene detto più che ciò che viene esplicitato?
Moltissimo. Tant’è che credo che ciò che non viene detto sia una trama tessuta anche tra gli altri personaggi del romanzo, non solo tra genitori e figli. Quello che tacciamo agli altri può avere natura incomunicabile per diverse ragioni. Ci sfugge la grammatica per metterlo a parole. Crediamo che aprire una determinata parte del nostro mondo interiore a quello esteriore ci farebbe correre il rischio di essere giudicati. Sono solo due delle ragioni, ma ce ne sono altre. A me interessano le ragioni profonde per cui non riusciamo a comunicare, perciò cerco di indagare più nei silenzi che nelle parole.
Rispetto ai tuoi romanzi precedenti, senti che con “La vita giovane” la tua scrittura sia cambiata, magari diventando più essenziale o più esposta emotivamente?
Forse sì, ma non saprei dire come. La prima persona, che non avevo mai usato, ha sicuramente cambiato tono, voce, esposizione emotiva. Però più di questo non saprei dire.
La memoria ha un ruolo molto forte nel romanzo: è più una ferita che continua a fare male o una struttura che dà forma all’identità dei personaggi?
Dipende da come la si elabora. La memoria se ben lavorata struttura l’identità, altrimenti può diventare una ferita che non smetterà mai di sanguinare. I ricordi dei mostri lanciati al nostro inseguimento.
Nei tuoi libri il dolore non è mai spettacolare, ma quotidiano, quasi sommesso. È una scelta etica, stilistica o entrambe le cose?
Entrambe le cose.
Quanto c’è di generazionale nei personaggi de La vita giovane e quanto, invece, di profondamente individuale?
Volevo raccontare un periodo della vita, un periodo che credo in moltissimi abbiano attraversato, senza troppo aderire al racconto della mia generazione, cioè dei Millennial. Però, per forza di cose, un po’ si è come adagiato su quel filone lì. Guardare un oggetto significa vederlo con gli occhi un po’ deformati dalle proprie esperienze, dal proprio ragionamento. E io appartengo a una generazione che la vita giovane la sta vivendo in modo specifico, un modo che ha a che fare con il Tempo che abita. Per cui ci sono molti elementi dei Millennial, la maniera di stare al mondo è la nostra, ma non volevo scrivere un romanzo marcatamente generazionale; anzi, il contrario.
Oggi cosa significa, secondo te, “diventare adulti”: è ancora un passaggio riconoscibile o un processo senza un vero punto di arrivo?
Sicuramente si tratta di un processo, un processo lungo e che consta di diverse e varie tappe. Non so se un punto di arrivo esista, forse la vita è un lungo viaggio verso un’adultità che, in effetti, non esiste così come l’abbiamo sempre scritta noi. Però per me esiste, questo traguardo. E credo che uno dei momenti iniziali, uno dei momenti che sanciscono l’inizio del processo, sia quello in cui cominciamo a scegliere. Scegliere significa perdere, quando scegli una cosa ne perdi un’altra. E credo che crescere voglia dire questo, anzitutto.
Se La vita giovane dovesse lasciare ai lettori una domanda aperta, quale speri che sia?
“Chi sarei stato, non fossi diventato chi sono oggi?”. Un po’ contorta, forse, ma per me è una domanda importante.
Crediti fotografici: Claudio Sforza.
ElPa.