“In cucina suono il rock” – A tu per tu con Alessandro Borghese

Quali sono i 4 ingredienti che proprio non possono mancare nella cucina di Alessandro Borghese?

Prediligo la stagionalità e la freschezza degli ingredienti. Ogni volta lo scenario cambia di mese in mese. Sicuramente non mancano mai: acciughe, parmigiano, aglio, cipolla, sale, pepe e olio Extra Vergine d’Oliva.

E se dovesse descrivere la sua personalità attraverso un piatto, cosa ci proporrebbe?

Sono un imprenditore che vuole esporsi ai rischi che ogni lavoro comporta. La mia società è nata dopo l’incontro con mia moglie. All’epoca Wilma (Oliverio, ndr) lavorava per una multinazionale, insieme abbiamo deciso di dare progettualità alle mie idee. Mio padre sosteneva che bisogna focalizzare l’obiettivo da raggiungere e migliorare continuamente, studiando e impegnandosi a fondo. Mi rivedo sempre nella prossima ricetta che andrò a creare. Sembra uno slogan, ma non lo è.

Quando ha scelto di dedicarsi alla cucina ha trovato sul suo cammino qualcuno che l’ha ispirata in maniera significativa? Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole intraprendere oggi questa avventura?

Una passione nata a cinque anni: ogni domenica mattina mi svegliavo col profumo del ragù dentro casa. Mi alzavo molto presto e andavo in cucina per osservare le mani di mio padre muoversi in assoluta sicurezza tra fornelli, piatti e coltelli. Il suo sorriso concesso nel descrivermi una ricetta, i suoi consigli come un regalo speciale hanno sviluppato gradualmente la scelta di far diventare una passione una professione. Sono nato a San Francisco e sono cresciuto tra Roma e la California, viaggiare è stato fondamentale per la mia crescita umana e professionale. Quando mi sono imbarcato sulle navi da crociera dopo il diploma, i miei genitori non erano molto d’accordo, ma ho seguito il mio amore per la cucina, il desiderio di continuare a conoscere le materie prime, la curiosità nel vedere realizzato il piatto che avevi pensato, da uno schizzo fatto con i pastelli su un foglio a scuola, fino a riconoscere le forme, i colori, e finalmente il gusto che avevi immaginato.

Mio padre era produttore cinematografico e mia madre è un’attrice. E io volevo diventare cuoco. Essere figlio di persone note aumenta la curiosità sulle tue scelte lavorative, rispetto ad altri sei molto più esposto a un morboso e bizzarro interesse nel voler conoscere quello che fai, ma se ti manca il talento e la responsabilità verso il lavoro, non progredisci. Non basta misurarsi con se stessi, serve faticare e sgobbare per conquistare un risultato vincente e ottenere la credibilità necessaria per chi investe con fiducia su di te. Picasso ha detto: “Per mio tormento e forse per mia gioia, io dispongo le cose secondo le mie passioni…”.

L’ispirazione arriva anche uscendo dalla propria cucina e andando per strada, nei mercati, in giro. Sono gli ingredienti che ti parlano, ti provocano, ti comunicano la loro essenza, ti stimolano attraverso i colori, forme, sapore: il rombo vuole essere scottato, la gallinella vuole essere fatta in umido, il gambero di Mazzara appena pescato chiede solo un filo di extra vergine per essere gustato crudo. Chi fa il mio mestiere ha una grande responsabilità in Italia e all’estero. Con il gruppo “Obicà Mozzarella Bar”, con cui collaboro, abbiamo portato la mia cucina Oltreoceano, da Roma passando per New York fino a Los Angeles, comunicando la filosofia del #FoodToShare.

Cucinare vuol dire passione e responsabilità: un atto d’amore ricco di desiderio, impegno, professionalità che ho fortemente voluto far diventare il mio lavoro.

Elisabetta Pasca