Un valzer con Ari Folman

Un valzer con Ari Folman

Per Folman è stato come salire su una macchina del tempo è rivivere, attraverso i racconti dei suoi compagni e amici quel momento di svolta nel conflitto arabo-israeliano, quando appena diciannovenne è stato costretto a vivere l’orrore del genocidio di Sabra e Chatila. Un piccolo capolavoro che ha mostrato al mondo le contraddizioni e le assurdità del conflitto medio orientale, visto attraverso le debolezze di una generazione mandata a combattere una guerra da “scampagnata domenicale”.

Il film che ha appena vinto il Golden Globe come miglior straniero, e si appresta a fare la parte del leone nella notte degli oscar; è stato per il regista una sorta di terapia per superare quei devastanti traumi dimenticati nel fondo della sua mente. Ed il suo è un racconto che viene dal cuore, onesto quanto liberatorio.

Come è nata l’idea di questo film?

Nel mio paese siamo costretti ad essere riservisti fino ai cinquanta anni. Ma se si riesce a dimostrare di soffrire di disordini da stress post traumatico, relativi al servizio militare, allora ci si può far esonerare entro i quaranta. Così ho iniziato una serie di sedute da uno psicoterapeuta per recuperare la parziale amnesia riscontrata dopo l’esperienza bellica, dato che avevo rimosso gran parte dei ricordi legati a quel periodo della mia vita. Non molta fiducia nella psicoanalisi, ma ho scoperto che incontrare amici ed ex reduci e filmare quegli incontri era molto più salutare. Il film è nato così: una “autoanalisi” attraverso la quale ho rimesso a fuoco cose importanti del mio passato, rielaborando quelle ferite psicologiche riportate in guerra.

Come è stato accolto il film in Israele?

Molto bene, anche a livello politico. Ed è strano perché sono sempre stato considerato un ribelle e adesso invece sono amato e rispettato. Il governo ha mandato il film nel mondo a sue spese. La ragione sono semplici: nel film si capisce che i responsabili di Sabra e Chatila sono i falangisti e non l’esercito israeliano, anche se il governo era al corrente di tutto; ma anche che è uno stato tollerante capace di farsi autocritica.

Cosa pensa dell’attuale situazione nella striscia di Gaza?

Nel film racconto un episodio accaduto negli anni ’80, ma purtroppo è sempre attuale. Nel mio paese, i politici non hanno nessuna intenzione di firmare la pace, e non c’è mai stato un tentativo serio da entrambe le parti per deporre definitivamente le armi. I pacifisti sono in numero inferiore dei violenti, che alla fine riescono sempre ad imporsi. Per “ammazzarsi” trovano le ragioni più disparate: religione, un pezzo di terra, l’ideologia, la razza. Non c’è più rispetto per la vita umana, vale solo la contabilità dei morti.

Il film si chiude con quindici secondi con le vere immagini del massacro…

Mi serviva una scena forte per far capire al mondo che in quei campi hanno perso la vita tremilacinquecento civili, tra cui vecchi, donne e bambini. Perché Valzer con Bashir non doveva essere solo un bel film d’animazione su un tema scottante, ma soprattutto un monito verso un inutile carneficina. E se solo due spettatori avranno la curiosità di informarsi meglio su quei fatti, avrò raggiunto il mio scopo.

Roberto Leggio

www.luckyred.it

(Nella foto il regista Ari Folman)

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