Obsolescenza programmata, paradosso contemporaneo

Se, rileggendo, la storia vi sembra di rivedere quello che è l’odierno panorama nel campo della telefonia, non pensiate di avere torto, è esattamente così. Nell’ultimo anno si parla molto di “obsolescenza programmata” e ci si chiede, giustamente, se questa sia una realtà o se sia una finzione mediatica. Se, insomma, sia vero che gli smartphone che acquistiamo abitualmente, e che ormai fanno parte della nostra vita, siano effettivamente concepiti per dare il loro meglio solo per un momento molto breve della loro vita, quello iniziale, affaticandosi poi – pericolosamente –quando è il mercato, e non la loro effettiva età, a imporli come “vecchi”. Ebbene, chiariamolo subito, è vero. L’obsolescenza programmata esiste, ed anzi, è sulla bocca di tutti perché per la prima volta, proprio quest’anno, è stata addirittura l’Antitrust a mettere in scacco Samsung e Apple, ovvero i principali attori del mercato della telefonia. I brand sono stati accusati (e puniti) per aver attuato una strategia di invecchiamento dei dispositivi, tramite software, per spingere i clienti all’acquisto di prodotti continuamente nuovi. Appurato che sono stati gli stessi attori ad ammettere il torto, val la pena chiedersi quali siano i paletti che andrebbero imposti ai produttori e quanto, questi, debbano essere chiari. Apple ha ammesso la propria colpa dichiarando, però, che il tutto è stato dovuto alla necessità di aggiornare il software per evitare problemi di sicurezza, e che il nuovo software ha richiesto un rallentamento della CPU onde evitare il già problematico prosciugamento della batteria. Apple, insomma, si giustifica dicendo che il tutto è stato fatto “a fin di bene”, per evitare falle di sicurezza per gli utenti, chiedendo a questi un doveroso compromesso prestazionale. Peccato, però, che la società non abbia specificato, come si conviene, il problema del rallentamento garantito ai suoi utenti, che dopo l’installazione si sono ritrovati dispositivi molto al di sotto di quanto invece garantito durante l’acquisto, ed anzi non a caso, con l’arrivo di iOS 12 il primo pensiero della società è stato quello di garantire un miglioramento delle prestazioni anche sui dispositivi più vecchi, come a dire “abbiamo imparato la lezione”.

In parole povere: l’obsolescenza tecnologica esiste, e se non si parla di un naturale deperimento della componentistica (che teoricamente potrebbe durare decenni), allora il problema dipende dal software. Ma il software diventa effettivamente sempre più evoluto nel corso degli anni, e quell’evoluzione richiede un hardware all’altezza delle prestazioni o, se così non fosse, staremmo ancora lavorando tutti quanti con i primi calcolatori della IBM. Software e hardware vanno di pari passo, ma fino a quando il secondo diventa esoso per il primo? Come possiamo saperlo? Come possiamo prevederlo? La sostanza è che non possiamo, ed il bello è che chi dovrebbe farsi garante e portavoce della problematica è, paradossalmente, chi trae i maggiori profitti dalla nostra ignoranza, ovvero i produttori. Le aziende, però, non stanno compiendo nulla di illegale, e se le si può punire non è per l’obsolescenza in sé, ma per la scarsa chiarezza con l’utente.

Un discorso che vi riportiamo nella sua estrema sostanza, ma che è poi alla base del lungo dibattito che si è aperto dopo il caso Samsung/Apple. Diceva Giovenale “Quis custodiet ipsos custodes?”, “chi controllerà quelli che devono controllare?”. Lo stato? L’Antitrust? O forse dovremmo farlo noi? Noi, che sì, siamo tutti contro lo spreco, i rallentamenti, ma poi proprio non riusciamo a fare a meno del nuovo, del trend, della moda del momento. Vogliamo il modello fordiano, ma adattato a quello che ci pare e piace. E su questo, sulle mani bucate e sul bisogno di comprare a tutti i costi, ci siam lasciati fregare. E dunque l’obsolescenza programmata esiste ed è un problema? Sì, ma solo di chi vorrebbe uno smartphone che duri anche solo un anno in più. Ma quanti siamo? Non sforzatevi di alzare la mano.

 

                                                                                                                                                                                                                          Raffaele Giasi