Laos

Il Laos è uno di quei paesi che molte persone faticano ad invidiare sulla carta geografica del mondo. Eppure, divenne suo malgrado famoso durante la Seconda Guerra di Indocina, più facilmente ricordata come Guerra del Vietnam, quando, neutrale a seguito di accordi internazionali, fu usato da entrambe le parti in conflitto: dai Viet Cong come base di partenza e/o transito per i rifornimenti ai combattenti nel sud Vietnam lungo il Sentiero di Ho Chi Minh; dagli Americani come base per condurre i bombardamenti aerei atti ad interrompere le attività dei Viet Cong. Questa guerra, mai dichiarata ufficialmente, rese tristemente famoso questo Paese per l’enorme quantità di bombe (2.093.100 tonnellate nel corso di 580.944 missioni aeree) sganciate sul territorio, la cui eredità, sotto forma di ordigni inesplosi, ancora oggi si manifesta nell’alto numero di vittime e feriti tra la popolazione rurale e tra i bambini, in particolare nella regione della Piana delle Giare, punteggiata dai crateri dove caddero le bombe, e dell’altopiano di Bolaven.

 

Visto dall’alto il Laos appare come una distesa montagnosa, coperta da una fitta e rigogliosa vegetazione verde scuro, solcata nella parte occidentale dalle acque del Mekong, ora fangose (durante la stagione delle piogge), ora verde-turchesi (nella stagione secca). Il fiume, che funge anche da confine naturale con la Birmania e, per un lunghissimo tratto, con la Thailandia, nasce in Tibet a più di 4.000 km dal mare, scorre in Cina, scende in Birmania, entra in Laos che ne ospita il tratto più lungo (1.865 km), passa per la Cambogia e poi giunge in Vietnam, dove crea un enorme delta che sfocia nel Golfo del Tonchino. Dodicesimo fiume nel mondo per lunghezza e decimo per portata d’acqua, il Mekong raggiunge i 14 km di larghezza nella stagione delle piogge nella parte meridionale del Paese. La sua importanza, vitale per le popolazioni stanziate lungo il suo corso, è rilevabile nel suo stesso nome: Mae Nam Khong in laotiano, thailandese e birmano significa “madre acqua Khong”, fonte di cibo e quindi di vita, madre che sfama i suoi figli, agricoltori e pescatori.

 

Oggi il Mekong è anche fonte di energia, grazie alla costruzione di dighe e centrali elettriche – al momento soprattutto nel tratto cinese –, oltre ad essere da sempre un’autostrada naturale nei tratti liberi da cascate e impedimenti artificiali. Guardare il lento fluire delle acque del Mekong è come entrare nella cultura del Laos, antichissima, in continua trasformazione pur nella tradizione. I Laotiani sono tranquilli, educati, rispettosi delle cose e delle persone, sanno godere del tempo, non corrono mai eppure sono puntualissimi; amano sorseggiare una Beerlao, birra chiara di produzione locale molto buona, giustamente bevanda, e orgoglio, nazionale; gustare in compagnia un buon caffè lao, aromatico, gustoso e scurissimo, uno dei migliori al mondo; o festeggiare un qualsiasi evento con un bicchierino di lao-lao, il liquore di riso distillato localmente, rintracciabile anche nel villaggio più remoto.

 

Luang Prabang

Dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1995, la città si raggiunge comodamente con volo di linea Lao Airlines da Bangkok, con vista mozzafiato sul panorama circostante dal finestrino dell’aereo. A Luang Prabang le auto sono bandite dal centro città, quindi non rimane che muoversi a piedi o in bicicletta, con i propri tempi, che non sono mai frenetici, neppure per i numerosissimi turisti.

Con i suoi 32 templi la città, che dal 1353 fu capitale del primo regno del Laos (il Lan Xang), deve il suo nome ad una piccola statua di Buddha (il Pha Bang) donata dalla monarchia khmer nel 1512 e oggi conservata in città nel Museo del Palazzo Reale, dopo essere stata trafugata per ben due volte dai Thailandesi. Luang Prabang mostra anche i segni coloniali francesi in molti edifici pubblici e nelle residenze dei notabili, oggi ristrutturate ed adibite ad alberghi e guest house. 

Le statue del Buddha sono tantissime, di varie misure, materiali e fogge, ma tutte mostrano il rispetto dei devoti attraverso i numerosi mazzi di fiori – veri o in plastica – e i bastoncini di incenso posti ai loro piedi. Nel Wat Xieng Thong, lungo le pareti rosso vivo dai disegni dorati della “Rimessa del carro funebre reale”, avvolti nelle sciarpe color zafferano si trovano moltissimi Buddha lignei, di tutte le misure, dorati, un po’ polverosi, nella posizione eretta tipica di Luang Prabang – con le mani al petto ed i palmi rivolti verso l’astante (“basta contese”) e con le mani lungo i fianchi (“invocazione della pioggia”). Non hanno alcuna protezione – dalla polvere, dalla luce e dai turisti – e sono per questo ben visibili, forse troppo…

Costruito nel 1560, il Wat Xieng Thong è un complesso monastico formato da vari edifici, il tempio più solenne di Luang Prabang. L’architettura templare classica della città, con i tetti spioventi fino a terra, trova il suo massimo esempio proprio qui, nel s?m (sala delle ordinazioni), la cui parte posteriore presenta, inoltre, un bellissimo mosaico raffigurante “L’albero della vita” su fondo scarlatto, mentre una delle salette laterali esterne contiene un Buddha disteso molto raro, risalente all’epoca della costruzione del tempio, dalle proporzioni perfette e dalla posizione della mano destra molto originale.

 

I templi di Luang Prabang sono veramente tanti, ma tutti degni di essere visitati: il Wat Visunarat, il tempio più antico della città, che contiene altre statue lignee dorate del Buddha nella posizione di “invocazione della pioggia”, famoso perché davanti (e non dietro) al s?m sorge il grande stupa del That Pathum (Stupa del Loto), più conosciuto in città con il nome di That Makmo (Stupa del Cocomero) data la sua forma tondeggiante; il Wat Manolom, costruito probabilmente sul luogo sacro più antico di Luang Prabang, che ospita un talismano molto importante per la città: una statua bronzea del Buddha seduto risalente al 1372, alta circa 6 metri e del peso di circa 2 tonnellate; il Wat Mai, un tempo residenza del Pha Sangkhalat (patriarca supremo laotiano, oggi spostata a Vientiane), dotato di una splendida veranda dalle colonne decorate e dalle pareti istoriate con rilievi a foglia d’oro, che raccontano la penultima incarnazione del Buddha, mentre la rimessa aperta dietro al s?m ospita due lunghe barche da competizione che vengono usate ad aprile durante il Bun Pi Mai Lao (capodanno laotiano) e ad ottobre in occasione della Bun Nam (festa dell’acqua), quando decorate con ghirlande di fiori queste agili imbarcazioni, manovrate da 50 vogatori più il capobarca, si sfidano sul Mekong; il Wat That Luang che custodisce le ceneri del penultimo re e di suo fratello all’interno del grande stupa centrale.

 

Per avere una vista spettacolare della città e dei due fiumi che qui si uniscono – il Mekong e il Nam Khan – oltre che visitare altri templi che ne punteggiano il percorso, salgo alla sommità della collina Phu Si, alta 100 metri, punto di riferimento della città in quanto visibile da ogni parte. Molti sono i turisti – italiani, americani, e vietnamiti, questi ultimi riconoscibili per i gioielli pesanti e le pettinature alquanto stravaganti (una versione asiatica di Moira Orfei) delle loro donne e perché amano ascoltare musica tradizionale da piccole radio –, ma riesco comunque a trovare un angolino aperto verso il Nam Khan, da cui godo di una vista meravigliosa sulla città: ovunque volga lo sguardo ci sono montagne dai contorni dolci, coperte di vegetazione, punteggiate di tetti rossi delle case basse, ben mimetizzate tra gli alberi. Si vedono anche distintamente le strade ai piedi della collina, percorse da poche biciclette, vie bordate di palme, immobili nella luce calda del tramonto. La luce proviene dalle mie spalle e, quando mi volto, il monte, che fa da argine sull’altra riva del Mekong, è in ombra come il fiume, mentre il sole ancora forte nel cielo limpido acceca e confonde tutto. L’atmosfera è ricca di sensazioni e tranquilla nei tempi, proprio la giusta dimensione per una vacanza.

 

Una volta scesa in città, è tempo per il famoso mercato notturno dell’artigianato di Luang Prabang, attivo dalle 17,00 alle 23,00: tantissime donne e qualche ragazzo vendono ogni genere di manufatto e articolo, quasi tutti fatti a mano direttamente dalle venditrici o comprate nei villaggi lungo il Mekong, dove donne giovani e meno giovani cuciono e ricamano qualsiasi tessuto e oggetto. Parola d’ordine è contrattare, sempre senza eccedere, perché i prezzi non sono molto distanti da quelli giusti. 

Da Luang Prabang si possono fare alcune escursioni interessanti. Se volete vedere l’antica arte della lavorazione delle fibre di cotone e seta, rigorosamente naturali e prodotte in loco – dalla filatura, alla tintura con colori assolutamente naturali, alla tessitura a telaio di stoffe e sciarpe, e al confezionamento di capi di abbigliamento e per la casa – dovete andare al villaggio di Ban Xang Khong, 3 km a est dal centro di Luang Prabang. Qui le tentazioni a portata di portafoglio sono molteplici: tutti gli articoli, esposti nei piccoli negozi a conduzione famigliare annessi ai laboratori di tessitura, sono unici, belli e curati – rigorosamente fatti a mano. La scelta è vastissima e si possono anche chiedere capi o tessuti su misura. Per questo il consiglio è di non lasciare per ultima l’escursione a Ban Xang Khong, così da permettere, nel caso, ai tessitori di esaudire desideri specifici.

 

Per un’escursione a carattere naturalistico il consiglio è di visitare la cascata di Tat Kuang Si, 32 km a sud di Luang Prabang. Lungo la strada, oltre alla vegetazione lussureggiante e verdissima, vi capiterà di vedere elefanti che escono dalla foresta e bufali dalle corna ricurve, che ruminano al bordo della strada. Quando partiamo il cielo è pieno di nuvole nere, minacciose. L’arrivo alla cascata, posta su due livelli, segna un definitivo cambiamento nel tempo: inizia a piovere. Così il tempo dedicato alla visita agli orsi malesi e alla tigre, ospitati in due aree protette all’entrata del parco dopo essere stati confiscati ai bracconieri, sarà molto breve. Nel parco pubblico, creato attorno al livello inferiore della cascata, ci sono aree attrezzate, ma nessun turista si sofferma a fare un pic-nic. Le forti piogge delle ultime settimane hanno ingrossato il fiume che alimenta le cascate, così che il salto inferiore, più basso e ampio, meno spettacolare, si è ulteriormente allargato, invadendo i sentieri che passano lungo il lato sinistro. L’acqua fresca, solitamente limpida e turchese, è invece fangosa data l’impetuosità della corrente.

Salendo ancora lungo il sentiero, reso scivoloso dall’acqua del fiume e dalla pioggia, ormai zuppi d’acqua nonostante cerate e ombrelli, arriviamo al livello superiore, dove lo spettacolo della cascata premia della fatica e della tenacia per la salita difficile. Un ponte rustico di legno arriva fin sotto al salto, stretto e alto, della cascata, con l’acqua che si infrange sulle rocce sottostanti, creando una nebbiolina fitta, per l’occasione indistinguibile dalla pioggia che cade copiosa, ma fine. Un secondo ponte, sempre in legno, attraversa il fiume a valle della cascata e conduce ad un sentiero, troppo scivoloso in questa situazione dirà Penn (la guida), fatto di tanti gradini di pietra, legno e terra in cima al quale si gode di una bella vista sul fiume che alimenta la cascata. Nella grande pozza a valle della cascata superiore si può anche nuotare, ed infatti due temerari giovani, forse australiani, stanno dando bella mostra di sé ai pochi turisti che si sono avventurati fin qui, nonostante la pioggia.

 

Alda Benazzi

 

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