Dritto alla meta

Debuttante a 20 anni in Nazionale maggiore con meta all’Australia. Miglior giocatore nell’ultimo Italia-Scozia con 22 punti e nel XV ideale dell’ultima gara del torneo 6 Nazioni. Hai solo 25 anni, ti senti un predestinato o comunque una colonna portante della Nazionale presente e futura?

Spero di essere importante, ovviamente io voglio rimanere il più a lungo possibile in questa squadra per aiutarla a ottenere risultati quanto migliori. L’ultimo anno è stato buono, voglio continuare così, andare avanti in questo modo e migliorare ancora. Del mio debutto non ricordo tantissimo, era un po’ tutto offuscato. Mi vengono in mente gli inni, il mio ingresso dalla panchina, la meta all’Australia me la ricordo abbastanza bene. Eravamo a Torino, c’era una bellissima atmosfera anche se abbiamo perso con un bel margine. E’ stata però una bella esperienza che ricorderò per sempre.

Nonostante la Nazionale non raccolga molte vittorie mantiene da quasi 10 anni un seguito di pubblico incredibile. Come spieghi questo fenomeno e come vedi il movimento tra 10 anni?

Il pubblico è sempre caloroso, ci spinge continuamente e questo è incredibile nonostante i risultati non giochino a nostro favore. L’Olimpico poi ci spinge sempre. Non posso dirti come sarà l’Italia tra 10 anni ma tra 2 la nazionale sarà sicuramente una buona squadra: stiamo lavorando molto bene negli ultimi 2/3 anni in particolar modo da quando è arrivato Conor (il ct O’Shea, ndr). Anche se i risultati ancora non si vedono noi nello spogliatoio sappiamo che il movimento sta crescendo e che quella che abbiamo intrapreso è la strada giusta. E’ un processo un po’ lento ma costante, una Nazionale progredisce in modo più lento rispetto ad un club ma siamo sicuramente sulla strada giusta, stiamo crescendo e siamo sempre più confidenti sul livello che raggiungeremo.

Quanto e quanto duramente si allena un rugbista del tuo livello? Quanti sacrifici hai fatto per arrivare dove sei ora?

Tanti sacrifici e tantissimo allenamento. A livello professionistico ci si allena dal lunedì al venerdì con un giorno di riposo, ma alla fine non si tratta proprio di riposo perché ti ritrovi a fare palestra o massaggi prima della partita del weekend. Ricordo che all’inizio del mio percorso sportivo, quando andavo ancora a scuola, ho fatto molte rinunce: magari non andavo alle feste con i miei amici perché avevo allenamento il giorno dopo, facevo cose che non tutti i giovani avrebbero fatto. Ma è un sacrificio che bisogna fare per arrivare a questi livelli. Ne è valsa però assolutamente la pena, non ho nessun tipo di rimpianto: è stata una mia scelta e sono contento di averla seguita e adesso sono sulla strada giusta.

Hai vissuto e giocato all’estero, che differenze hai notato con l’Italia per quanto riguarda il rugby e la sua cultura?

All’estero questo sport è molto seguito e praticato sin da giovanissimi, perfino un bambino inizia a giocare a rugby perché è una disciplina più inserita nella cultura sportiva. Come dicevi prima, in Italia c’è più una tradizione legata al calcio quindi la maggior parte dei bambini gioca a pallone piuttosto che a rugby. In altri paesi un ragazzino, già da quando ha 5 o 6 anni, si ritrova a più stretto contatto con il rugby e ovviamente più si gioca, più si impara, più si diventa forti. Un ragazzo in Italia si ritrova a dover imparare più cose in minor tempo, proprio perché arriva meno formato.