Dark Noir per Martin Scorsese

 
Roma – Martin Scosese gioca con la follia. Quasi la quadratura del cerchio di tutta la sua cinematografia. Shutter Island, sorta di capolavoro che mixa horror gotico, noir psicologico e thriller apocalittico; mostra però anche la faccia più “nascosta” della violenza. Quella intrinseca nell’essere umano, la più interiore. Lungi da quella che Scorsese ci ha mostrato fino ad adesso in quasi tutti i suoi film. “Una storia appassionante che può essere letta come un viaggio nella paura e nella paranoia che imperversava negli anni ‘50” E la definizione che Scorsese da alla sua nuova opera calza a pennello. Si narra di un manicomio criminale posto su un’isola, sulla quale arrivano due poliziotti ad investigare sulla scomparsa “impossibile” di Rachel Solando, pluriomicida dei propri tre figli. Il caso è stato fortemente voluto da Terry Daniels, il poliziotto più anziano, che tormentato dalla morte della moglie, è convinto che nella vecchia struttura vengano svolti degli esperimenti per arginare la caccia alle streghe. Per giungere al bandolo della matassa dovrà affrontare un viaggio nell’inferno della mente umana. E’ la prima volta che Scorsese si confronta con il genere dark. E come il solito regala un film ad alta tensione, con un mucchio di citazioni cinefile. Su questo piano la conferenza stampa di presentazione era debitamente affollata. Un po’ per sentire parlare Martin Scorsese della sua ultima fatica, ma soprattutto per vedere da vicino Leonardo Di Caprio, interprete ed ormai attore feticcio del maestro italo-americano. Un po’ come accadde con Robert De Niro ormai più di trent’anni fa. “La nostra è ormai una fiducia condivisa” spiega Scorsese, alla sua quarta regia con il giovane divo. “Ed in questo film ho chiesto a Leonardo di osare di più. Ho voluto che egli potesse toccare livelli psicologici più profondi”. Infatti l’attore, sempre più bravo, è riuscito a dare al suo personaggio una tragica dualità psicologica. Il film è tratto dal romanzo di Dennis Lehane (quello di Mistic River), che a giorni sbarcherà al Festival di Berlino fuori concorso. In America non è ancora uscito ed in Italia c’è molta attesa prima del suo arrivo nelle sale il 5 Marzo. 

Shutter Island è esplicitamente un omaggio ai grandi noir dell’età d’oro del cinema. Anzi volendo esagerare sembra un film di Fritz Lang diretto da Sam Fuller…
Non vedo me stesso in questi termini. Mi fa piacere comunque essere paragonato a loro. Quantomeno al loro cinema. O al modo che essi si rapportavano con i film di genere. Shutter Island si inserisce nella tradizione di quel periodo. Volendo è un noir anni ’40, sporcato da thriller gotico. Ed è naturalmente debitore dei grandi registi austriaci e tedeschi immigrati in quegli anni. Non è un caso che prima di iniziare a girare abbia fatto vedere al cast Laura di Otto Preminger e Le catene della Colpa di Jacques Tourneur. 
 
Perché proprio questi titoli?
Nella mia preparazione artistica il cinema tedesco d’importazione è sempre stato una presenza costante. Sono cresciuto a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, ed in quel periodo la penetrazione dei film di Fritz Lang nel cinema americano era importante. Le sue opere scavano nelle emozioni e nella violenza. Credo di aver imparato molto da lui ed in qualche modo ho un debito con il cinema europeo di quel periodo.
 
In filigrana il suo film parla di violenza e di complotto. Ma la realtà è davvero così complicata?
Mi piaceva l’ambientazione e quel senso di paranoia che attanaglia la società americana. Vedere pericoli e complotti ovunque. Queste tematiche hanno fatto da bagaglio culturale alla mia preparazione artistica. La violenza, sia quella fisica che quella psicologica, il timore per le autorità, mi hanno sempre affascinato. Sono tematiche che non smetterò mai di analizzare. Ecco perché finiscono nel mio lavoro.
 
Shutter Island paral però di una violenza sottile, quasi sottotraccia…
Devo ammettere che la cosa che mi ha attirati di più in questa storia è proprio il personaggio di Terry. Motore di tutta la trama. Si tratta di un uomo che si è formato con la violenza. Ha combattuto la seconda guerra mondiale, ha ucciso e visto uccidere. Queste sfaccettature fanno riflettere su chi siamo noi come esseri umani e quanto la violenza sia intrinseca nella nostra personalità. 
 
Nel film appaiono per la prima volta dei brani di Giacinto Scelsi, un musicista italiano che per un periodo della sua vita cadde in una forte depressione. La scelta di questo autore è stata casuale?
che si è formato con la violenza. Ha combattuto la seconda guerra mondiale, ha ucciso e visto uccidere. Queste sfaccettature fanno riflettere su chi siamo noi come esseri umani e quanto la violenza sia intrinseca nella nostra personalità. 
 
Il film gioca molto con la paura dell’ignoto. La sua invece?
Ci convivo quotidianamente, cercando però di non pensarci. Il mio cruccio più grande è quello di lasciare ai miei figli un mondo come il nostro.  
 
Lei conosce molto bene il cinema italiano. Continuerà la sua esplorazione nel nostro cinema?
Certamente. Sto completando delle ricerche sull’opera di Francesco Rosi. Il suo cinema è potente, di denuncia. Un vero colosso.
 
Roberto Leggio