Benin- Anime Salve

INCONTRO CON L’AFRICA
Se Grand Popo è il posto ideale dove fermarsi per qualche giorno in tranquillità prima di lasciare il paese, raccogliendo i ricordi e le sensazioni del viaggio, Cotonou è l’approdo. E’ qui che si arriva dall’Europa grazie all’unico aeroporto internazionale.
Cotonou è l’Africa. Una città calda, disordinata, frenetica.
Palazzi accatastati ed informi che si affacciano su strade dal traffico caotico, regno dei zemidjan – i moto-taxi – e dei loro chauffeurs di ogni età. Un mare di camicie gialle che
sfrecciano in tutte le direzioni e a tutte le ore, avvolte nel fumo dei gas di scarico, sotto un cielo perennemente offuscato. Una lastra d’acciaio che neanche il sole riesce a bucare.
Ma Cotonou è anche un caleidoscopio di razze e di umanità. Con un palcoscenico irripetibile: l’immenso mercato di Dantokpa.
Migliaia di bancarelle cariche di oggetti di artigianato, tessuti, frutta, verdura, amuleti, vestiti, ceste di pane. Un’orgia di odori, sguardi, colori.
E poi le facce della gente, il loro stupore dinanzi ai rari turisti, gli splendidi costumi, le acconciature , i monili.
Con la sera cala il buio assoluto che le luci fioche dei lampioni tentano invano di rischiarare. E il mercato continua lungo le strade, intorno alle migliaia di fiammelle dove prendono vita piccoli commerci. E’ l’attività più diffusa in Benin, qui tutti vendono di tutto…
Un po’ ovunque spuntano grandi boccioni di “essence kipayo”, la benzina irregolare, importata clandestinamente dalla vicina Nigeria, causa principale della grande coltre di smog che avvolge Cotonou.
Per dimenticare il traffico, i rumori, l’aria malsana basta prendere dalla Marina la “Route de pechés”. E’ una strada di sabbia, come se ne incontrano in tutto il Benin, che corre tra due filari di palme. Da un lato la campagna, dall’altro il mare.
La spiaggia infinita è interrotta qua e là dalle capanne di pongo – foglie di palma intrecciate – dei piccoli villaggi di pescatori.
C’è sempre gente che lavora intorno alle barche e alle reti.
Sullo sfondo le onde fragorose dell’Oceano e nell’aria l’odore forte della salsedine.
La “Route” porta ad Ouidah, una delle roccaforti del vudu, la religione animista, diffusissima in tutto il Paese.
Il villaggio è tristemente noto perché dal suo porto salparono centinaia di navi negriere cariche di schiavi, dirette verso l’America e soprattutto il Brasile.
A Salvador de Bahia la piccola “Casa do Benin”, all’angolo di Pelurinho, ricorda ancora quella pietosa diaspora, mentre qui a Ouidah la memoria è affidata alla solenne “Porte du non retour” giustamente edificata dall’Unesco davanti al nulla dell’orizzonte.