Ana Paula Maia

A tu per tu con l’autrice brasiliana Ana Paula Maia, finalmente in libreria anche in Italia con il suo “Di uomini e bestie” edito da La Nuova Frontiera

 
di Marco Antonio Notaroberto da Silva
 
Storie che vengono dall’altra parte del mondo, ma che non hanno quell’appeal esotico a cui, da sempre, l’uomo occidentale associa la cultura sudamericana, in particolare quella brasiliana.
Al centro della storia c’è Edgar, “tramortitore” di bestie di professione, e gli angusti spazi del mattatoio, che fanno da sfondo a una realtà ai margini della società, in cui uomini e animali, vittime e carnefici, si confondono in una rappresentazione metaforica dei lavoratori sfruttati. «Diretto e contundente come il colpo che stordisce gli animali, “Di uomini e bestie” s’inoltra in un territorio aspro che preferiamo ignorare, tra i bassifondi della cultura del fast food portandoci nel retrobottega violento della nostra civiltà». 
 
Cosa le ha fatto decidere di iniziare una professione come quella della scrittrice?
Nessuna strategia. Potrei dire che è accaduto e basta. Mi stavo laureando in Comunicazione quando ho scritto il mio primo romanzo, pubblicato in Brasile nel 2003. Così quello che sembrava un hobby, privo di ogni pretesa, è diventato qualcosa di sempre più importante. Continuando a scrivere ho capito che era la mia vocazione.
 
Quanto della Baixada Fluminense, la zona del Brasile dov’è nata, ha influenzato la sua scrittura?
Credo che sia presente in molti modi. Ho vissuto in una regione dall’aspetto rurale: i vicini crescevano galline e maiali in cortile, c’erano capre e mucche che pascolavano qua e là nei piccoli appezzamenti abbandonati, tutti si conoscevano.
Una zona in cui si potevano incontrare sicari di professione, padri di famiglia che ammazzavano per soldi o per questioni personali, e dove il sabato mattina era possibile vedere i “figli del santo” percorrere le strade con i loro abiti bianchi dopo aver trascorso tutta la notte tra i tradizionali rituali del candomblè. 
La linea del treno che passa attraverso la Baixada Fluminense si trovava poco lontano da casa mia e  qui passavano tutti i lavoratori che, partiti alle 4 del mattino, facevano ritorno a casa dalla stazione “Central do Brasil”, da cui partono i collegamenti per tutta la periferia carioca. Guardavo tutto questo dal balcone di casa mia. Guardavo senza essere coinvolta. C’erano poche famiglie facoltose nella zona e la mia era una di queste, cosa che ha fatto sì che non interagissi con la povertà, con le persone più umili, ma che non mi ha impedito di conoscere le storie e di osservare tutto ciò che mi circondava.
 
Nei suoi libri vi sono molti personaggi maschili. Qual è il motivo per cui vede negli uomini i protagonisti adatti alle sue storie?
Credo che più fattori abbiano contribuito a questa propensione. L’ambientazione dei libri è  maschile. I miei riferimenti letterari e cinematografici sono, in predominanza, rappresentati da uomini dai caratteri forti. Anche nella mia vita, la presenza maschile è stata fondamentale, fin dall’infanzia. In tutti i miei libri questa presenza è reale. E inoltre, credo che questo sia uno dei motivi principali, è la rappresentazione del mio desiderio di osservare questo universo così distante da me e che mi permette d’interagire con spazi tanto diversi dai miei. Nutro grande affetto per i miei personaggi, Edgar Wilson, per esempio, compare anche in altri miei libri: sono i miei amici nella scrittura e mi piace averli intorno. Alcuni pensano che si tratti di una relazione platonica: non lo nego, c’è un non so che di passione ed entusiasmo che non posso nascondere.
 
Ci sono echi di alcuni nomi noti della letteratura brasiliana nel romanzo “Di uomini e bestie”, come  Guimarães Rosa (l’ antropomorfizzazione dell’animale e l’animalizzazione dell’uomo ) e Graciliano Ramos (la brutalità dell’ambiente resa attraverso un uso scarno della lingua). Questi autori hanno dipinto un Brasile psicologicamente più profondo, se contrapposto a quello di Jeorge Amado, ad esempio, che ha investito nell’esotizzazione del paese e, effettivamente, l’idea letteraria di un Brasile paradiso tropicale ha una grande reputazione all’estero, soprattutto in Europa. Quale accoglienza si aspetta di ricevere dai lettori italiani, dal momento che quello che è descritto in questo libro non ha nulla a che vedere con quel Brasile colorato, sensuale e superficiale?
È molto difficile immaginare come la letteratura brasiliana possa essere percepita fuori dai confini nazionali. Abbiamo una tradizione letteraria, sì, ma sono gli autori che hanno ritratto il Brasile come un paradiso esotico a riscuotere ancora il maggior successo. In alcuni paesi europei dobbiamo specificare che parliamo portoghese e non spagnolo e che non ci appartiene la tradizione del realismo magico, contrariamente a quanto pensano in molti.
Quando scrivo, lo faccio a briglia sciolte, senza imporre i miei limiti, che siano morali o geografici. Il meglio che la letteratura può fare è rompere tutti i possibili confini per raccontare una bella storia. Non ho alcun dubbio che i conflitti raccontati in “Di uomini e bestie” possano trovare il proprio equivalente in Italia. La limitazione dello spazio che regge la narrazione si può ritrovare in molti contesti diversi, è quel qualcosa di profondamente umano e bestiale che ci accomuna. Tutti.
 
Gli scrittori che abbiamo citato hanno in qualche modo influenzato la sua formazione di scrittrice? Che cosa ha letto Ana Paula Maia?
Devo ammettere che hanno avuto molta poca influenza. Ho letto altri autori che mi hanno aiutato molto nella mia formazione:  Nelson Rodrigues, Dostoyevsky e i Dialoghi di Platone sono stati fondamentali quando ho iniziato a scrivere. Ci sono state, naturalmente, anche moltre altre letture, ma le basi su cui poggia la mia scrittura sono queste, il principio della mia formazione.
 
La sua scrittura e la modalità con cui esplora le tematiche dei suoi libri sono stati accostati al cinema di Tarantino. Lei è d’accordo con questo paragone?
In Brasile ho pubblicato cinque romanzi, di cui il secondo è stato spesso paragonato a Tarantino. Su questo sono d’accordo, ma per quanto riguarda gli altri, no, soprattutto gli ultimi tre che non dialogano in alcun modo con i film di Tarantino. È un nome che ricorre spesso quando si parla di violenza espressa nelle arti, credo che il paragone derivi da questo. Ciononostante, l’elemento violento presente nei miei testi è qualcosa di diverso e soprattutto, quella violenza è sempre una risposta a varie vicende, non è mai gratuita.
 
In un universo primordiale, l’umanità nasce dall’inumanità secondo la figura del personaggio di Edgar Wilson, tramortitore di bestiame. Chi -o cosa – è  tramortitore del genere umano nel mondo civilizzato?
È una domanda difficile, non so se sono in grado di rispondere. Edgar Wilson è un prodotto di questo ambiente e, in particolar modo, del suo lavoro. La relazione tra uomo e lavoro è presente nella maggior parte dei miei libri. L’isolamento del bestiame e degli uomini fa sì che entrambi rimangano in costante simbiosi. Oltre a uccidere gli animali, gli uomini mangiano la loro carne e il loro sangue, un atto potente che noi non realizziamo nelle nostre vite quotidiane. Quanto c’è di bestiale in noi? Quanto di umano c’è nelle bestie? 
Credo che nel mondo civilizzato a stordire il genere umano sia il suo medesimo istinto sanguinario e che istinto e impulso lo conducano sempre alla morte: un circolo vizioso.
 
I suoi romanzi lasciano che sia il lettore a farsi un’opinione. Crede che oggi, in un mondo dove quasi per chiunque sia possibile recepire da sé le informazioni, il ruolo dello scrittore abbia perso parte del suo ruolo di interprete e mediatore della realtà che ci circonda?
Assolutamente no. Lo scrittore prende sempre una posizione, che sia in un senso o nell’altro.
Non puoi scrivere restando impunito, non esiste innocenza in letteratura. Anche se l’autore non desidera prendere posizione di fronte alla stampa, ad esempio, saranno i suoi testi a farlo per lui.
Per me, un testo termina il proprio ciclo con il lettore. E così, ogni singolo lettore, filtra il libro in base alla propria percezione. Spiegare troppo, giustificare tutto, non mi sembra la scelta migliore. Non voglio che il lettore si ritrovi in una gabbia, al contrario, voglio che abbia una nuova esperienza e una nuova percezione di quello che ci circonda. Forzare il lettore a riempire i vuoti significa dargli libertà in una storia che non è più mia, dal momento esatto in cui la condivido con lui.
 
Cosa risponde a chi vede le caratteristiche del pamphlet in “Di uomini e bestie” ?
Non sono assolutamente d’accordo perchè l’idea del pamphlet mi fa rabbrividire, ma rispetto l’interpretazione di ogni lettore: il libro è filtrato individualmente e ogni lettura comporta nuove interpretazioni, nuovi occhi con cui guardare la stessa storia.
 
Secondo lei, la scrittura porta in sé una qualche funzione sociale? Se sì, qual è la funzione dello scrittore brasiliano di oggi?
Oggi non credo che ce l’abbia, ma è molto importante per la formazione dell’identità, e per la conoscenza e la riflessione in genere. Penso che la funzione di uno scrittore, al di là della nazionalità, sia quella di filtrare alcune delle storie del suo paese, il che non lo risparmia dal riflettere su questioni che coinvolgono l’umanità intera. Delimitare il territorio per uno scrittore significa smettere di andare oltre. Io scrivo solo per poter andare oltre.
 
 
Di uomini e bestie
di Ana Paula Maia
traduzione di Marika Marianello
design di Flavio Dionisi
121 pagine 14,50 €
La Nuova Frontiera 2016 
www.lanuovafrontiera.it