Alla scoperta degli esport in Italia. L’intervista a Simone “Akira” Trimarchi


Chi sono i principali interessati di questo settore? Se escludiamo gli atleti, chi ha, secondo il tuo punto di vista, l’interesse maggiore nello sviluppo del panorama competitivo?
Innanzitutto gli organizzatori di tornei. Gli esport hanno permesso a soggetti terzi, che non potevano affrontare le elevate barriere all’ingresso del mercato dei videogiochi, di poter sfruttare l’onda lunga di questo inarrestabile mercato facendo altro. Solo ora i publisher, cioè chi crea attivamente videogiochi, si è accorto del fenomeno e sta contribuendo a farlo esplodere in tutto il mondo. Tornando agli organizzatori, gli stessi hanno permesso a brand non endemici (come Coca-Cola, Mercedes, Vodafone e tanti altri) di agganciarsi al carro dei vincitori.

Come si diventa un professionista degli esport? Come può, insomma, un ragazzo con la passione per i videogame ambire a fare il salto di qualità?
Ho scritto un intero articolo sulla cosa. Riassumendo: si gioca, si migliora, si entra in un “clan” (in una squadra), si migliora ancora, si partecipa al primo torneo, si migliora ancora e poi si tirano le somme. Se si riesce a competere con gli europei si cerca di fare il salto di qualità facendosi comprare da un team più grande capace di elargire uno stipendio.

Pensi che sia possibile che prima o poi anche le Olimpiadi accolgano tra le discipline agonistiche gli esport? E in chiusura, pensi che sia un riconoscimento necessario o accessorio al consolidamento dell’esport in quanto disciplina sportiva?

Posto che io sono un grande detrattore della cosa e NON mi piacerebbe vedere gli esport vicino alla maratona nonostante io abbia dedicato quasi la mia intera vita ai primi, penso proprio che sarà possibile. Il Comitato Olimpico Internazionale ha fiutato l’affare e può svecchiare l’immagine dei giochi soprattutto presso il pubblico quindi, visto che la lista di discipline sportive una volta includeva canto e scultura, non vedo perché non sia possibile che rientrino i videogiochi, visto l’immenso giro d’affari. Detto ciò no, non è assolutamente necessario: gli esport sono un’onda che ben presto si abbatterà su tutti coloro che non conoscono il movimento. Con l’aiuto delle istituzioni o senza. Ripeto, se si riempiono già oggi gli stadi di spettatori si può anche rimanere “videogiochi” e non sport, diventando contemporaneamente mainstream.

Raffaele Giasi