A Napoli lo splendore della grazia classica

Condottieri, eroi, imperatori e dei, le erme dei filosofi assorti in un pensiero eterno, satiri ed amazzoni. Ercole, Apollo, Venere, Pan e Dafni, Dirce avvinta a un toro infuriato, Armodio e Aristogitone, ossia i tirannicidi, e poi Omero, Atlante, Antinoo, Iside, Caracalla, Socrate, Pothos, che fu la personificazione del desiderio struggente per la persona amata lontana.

È una galleria di meraviglie che si snoda attorno al quadriportico orientale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ove sarà d’ora in poi ospitato l’inestimabile patrimonio della Collezione Farnese, una tra le più imponenti raccolte di marmi antichi al mondo, con i suoi oltre 300 elementi. Intrapresa in pieno Rinascimento per volere di un Papa, Paolo III, al secolo Alessandro Farnese, con acquisizioni che durarono all’incirca un cinquantennio, e divenuta in seguito un coacervo di nuove scoperte e contaminazioni, scavi e confische, riunisce oggi statue, busti, gruppi scultorei, sarcofagi, marmi, epigrafi e una preziosa e ricca collezione di gemme: ametiste, onici, alabastri, porfiri, agate, cinabri, pasta vitrea.

Roma fu la sede originaria della Collezione, in accordo alla volontà di autocelebrazione della famiglia pontificia dei Farnese, che intendeva in tal modo manifestare la propria munificenza. Molteplici erano gli intenti del Pontefice e di alcuni dei suoi cardinali nipoti, che assecondavano in maniera appassionata i propri interessi antiquari. Se da una parte si assisteva di certo all’orgogliosa affermazione del potere dinastico familiare, dall’altra s’intendeva sostanziare il presente mediante il recupero della cultura del passato, eletta a fondamento della contemporaneità. Un ideale di perfezione che travalicava i secoli.Con uno sguardo che si estendeva parimenti al futuro, poiché i canoni che da essa promanavano avrebbero a lungo inciso sulla formazione artistica ed espressiva delle generazioni successive.

 

Poi, per via di complessi passaggi ereditari, i marmi pervennero a Carlo III. Dalle residenze di Roma e Parma, ove ne costituiva l’arredo, la Collezione venne trasferita a Napoli ad opera della dinastia borbonica. Così divenendo parte del patrimonio artistico della famiglia regnante, sancendone il rango e l’autorità attraverso il richiamo ai fasti dell’impero.
Oggi la Collezione, isolata dagli elementi di diversa origine che nel tempo le erano stati affiancati, viene presentata nel suo complesso, divisa per sedi romane di provenienza: il grande palazzo Farnese a Campo dei Fiori, la villa della Farnesina, villa Madama a Monte Mario, gli Orti Farnesiani sul Palatino. Il lavoro di ricomposizione dei vari nuclei della Collezione Farnese e l’approfondimento filologico che è alla base della rinnovata esposizione hanno avuto inizio nel 1994. Tra le principali opere in mostra figurano: il busto di Caracalla, caratterizzato da un’intensa espressione d’ira, l’imponente Toro Farnese, al quale i fratelli Anfione e Zeto legano Dirce, per punirla d’aver loro ordinato d’uccidere la madre Antiope nel corso d’un furioso Baccanale, l’Afrodite Callipigia, epiteto della dea che sottintende le sue ‘belle natiche’, Atlante flesso nello sforzo immane di reggere l’universo cielo sulle proprie spalle, l’Artemide Efesia, dominatrice della natura e che sovrintende all’ordine cosmico, ammantata di un chitone ornato di rilievi, un’Amazzone colpita a morte mentre precipita da cavallo, il gesto plastico dei Tirannicidi, Eros che stuzzica una sorpresa Afrodite, Apollo seduto su una roccia, che regge la cetra e affonda nel vuoto il suo sguardo, un maestoso Ercole stanco e cogitabondo, con a fianco la clava e la pelle del leone scuoiato, e in mano i pomi del giardino delle Esperidi, il dio dalle fattezze caprine Pan, signore dei campi e delle selve, intento a vezzeggiare il giovinetto Dafni, il sarcofago con togati, che riaffermano gli antichi valori del Senato romano tramite la compostezza dei volti e dei gesti.

Un raffinato itinerario d’arte che affascina il visitatore, ponendolo innanzi all’eleganza senza tempo di corpi che sposano l’aura del mito o ci tramandano le gesta epiche di dei e imperatori. Immergendo chi osserva nell’immutabile grazia delle opere ammirate, a contemplare il trionfo della mai più raggiunta perfezione artistica della classicità.

Luca Caruso

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